Il mosaico tardoimperiale riminese

Di grande valore simbolico il frammento di mosaico dallo scavo di palazzo Gioia, dentro vetrina: vi si riconosce un’aquila ad ali aperte, simbolo dell’Impero, verso cui si volge un altro volatile (una colomba?) con un ramoscello nel becco, a rappresentare forse la palma della vittoria.
Datato al V secolo, il mosaico, che sembra coniugare i valori tradizionali dell’impero con il messaggio cristiano, ci introduce fra le domus palaziali della Rimini tardo antica, restituite nel percorso dai tappeti di pietra che pavimentavano spazi vasti e solenni.
L’intreccio domina le composizioni geometriche dei mosaici riminesi, da quelli degli scavi del Mercato Coperto e di Palazzo Palloni fino a quelli del palatium di piazza Ferrari.


Sviluppando motivi già ricorrenti nell’età classica in riquadri centrali (emblemata), l’intero pavimento si riempie di geometrie che si rincorrono dilatando lo spazio con un effetto di horror vacui e di movimento, riflesso dell’instabilità e dell’incertezza dei tempi. Protagonista è il nodo, l’intreccio declinato in tutte le possibili combinazioni: espressione del legame che può essere stretto o sciolto, il nodo interpreta la forza vitale generata dal segno del serpente. Fra le tipologie più diffuse il “nodo di Salomone” tradizionalmente associato alla figura del re d’Israele, divenuto fra tardoantico e medioevo icona di saggezza e giustizia.
Nelle complesse trame ricorrono anche croci ed elementi circolari, sintesi di perfezione che, nel continuo ripetersi, esprimevano il senso di infinito ed eterno del divino.