
La frase, citazione di Marc Augè, riguarda una serie di vetrine “opache” allestite all'ingresso del museo, dove, degli oggetti, si vedono solo le ombre ed i contorni, e che devono dare l'idea al visitatore di come sia stato “conflittuale” il rapporto con i materiali delle culture “altre”.
Si può aggiungere, inoltre, che l’opacità allude al fatto che buona parte delle raccolte sia contenuta in depositi e non esposto: dunque, un desiderio di luce futura su quanto ancora ci appare nascosto.